Borg McEnroe – Il suono di Rasmus Whinter Jensen e Henric Andersson

di Gianni Canova

Tonf-Tanf. Tonf-Tanf. Tonf-Tanf. Prima ancora che con le immagini, fin dalla sequenza iniziale Borg McEnroe si manifesta con il suono della palla da tennis che rimbalza da una parte all’altra della rete. Sarà così per tutto il film: per quasi due ore, rievocando il mitico incontro del 1980 che vide Borg conquistare per la quinta volta consecutiva il trofeo di Wimbledon dopo un match tirato fino allo spasimo, è proprio il suono delle palle che danzano e rimbalzano sul campo da gioco a guidare il sound design del film e a scandire il ritmo del movimento.

Si tratta di un suono sempre diverso: sul campo rosso di terra battuta diventa forte e secco come un colpo di pistola (bang-bang), negli allenamenti sembra il sibilo di una frustata (zipp-zipp), quando Borg colpisce la palla con i suoi mitici rovesci a due mani, impugnando la racchetta come una mazza da baseball, il suono che produce diventa una sorta di boato esplosivo (boom-boom). Perché ogni colpo è diverso dall’altro. E ogni partita – come ripete a Bjorn il suo coach – si vince giocando una pallina alla volta.

Tonf-Tanf, Bang-Bang, Zipp-Zipp, Boom-Boom: la colonna audio di Borg McEnroe è una partitura per pallina sola rimbalzante su campi diversi. Puro ritmo, energia vitale, volontà di potenza, gusto della lotta: senza il lavoro portentoso sul suono, Borg McEnroe – che ha vinto il Premio del Pubblico BNL alla Festa del Cinema di Roma – non avrebbe la potenza emotiva che sprigiona. Perché non è facile costruire un film che per più di metà si svolge sul campo da tennis, senza dialoghi, senza progressione drammaturgica, tutto giocato sui primissimi piani, i totali, le plongé a filo di piombo sui giocatori. E poi – appunto – la danza sonora della palla che rimbomba e rimbalza sugli applausi e i fischi del pubblico, sulle parole dei radio/telecronisti, sulla musica extradiegetica quasi sempre tesa e vibrante, in un mix di assoluta potenza emozionale.

Fateci caso: il film si intitola Borg McEnroe. Non Borg versus McEnroe. Non uno contro l’altro. Non è un conflitto che il film mette in scena. Caso mai è un accostamento. È la costruzione di un binomio. Una coincidentia oppositorum: il freddo svedese e l’impertinente newyorkese. Il gentiluomo e il ribelle. Il razionale e l’istintivo. Borg gioca col destro, predilige il fondo campo, è preciso e ordinato. McEnroe – di tre anni più giovane – è mancino, attacca sotto rete, è irascibile e impulsivo. Ma il film non li mette l’uno contro l’altro quanto piuttosto l’uno accanto all’altro. Forse perfino l’uno nell’altro. L’uno e l’altro affiancati nel recitare lo spettacolo epico della lotta combattuta impugnando una racchetta.

Il film è una delizia di suoni: il rumore delle corde delle racchette calpestate da Borg, le urla dei piccioni che infastidiscono McEnroe, il sibilo delle lamine dei pattini sul ghiaccio, gli improvvisi silenzi (quando parla il coach, ad esempio, spesso non si sente il balletto sonoro della palla…). Come dirigendo una partitura agonistica ma anche musical-cinefila, il regista Janus Metz Pedersen fa sua la lezione di Antonioni (ricordate la partita senza palla di Blow up?) e di Hitchcock (ricordate in Delitto per delitto la palla senza partita che fa giare di qua e di là la testa degli spettatori?) e celebra un film sul tennis che riesce ad essere soprattutto una riflessione sulla natura umana, mostrando come trionfo e rovina abbiano in comune almeno una cosa: il fatto di essere entrambi degli impostori. Tonf-Tanf, Bang-Bang, Zipp-Zipp. Booooooom.

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