Berlinale: la figlia contesa tra Alba e Valeria, Huppert femme fatale e Wilde per Rupert Everett

di Laura Delli Colli

Tempo di lettura: 4 minuti

È stato il week end delle donne ma, per la Berlinale n. 68, ancora in corso per tutta la settimana, anche un avvio all’insegna delle passioni, delle migrazioni, della denuncia delle guerra e delle censure di ogni regime e delle storie dedicate agli scrittori esiliati e censurati e alle loro biografie, in testa la fine maledetta di Oscar Wilde nel ritratto firmato, per la prima volta anche alla regia, da Rupert Everett.

E il Festival ha aperto la sua galleria di personaggi – oltre l’inaugurazione con L’isola dei cani di Wes Anderson, lasciando il segno, tra denunce e polemiche, anche sul tema scritto quest’anno nel cielo di Berlino che in ogni incontro non manca di schierarsi con #MeToo, la campagna lanciata a Hollywood, non solo dalle donne, contro le molestie sessuali. Un tema sul quale hanno risposto sia Everett, presentando il biopic sugli ultimi giorni di un’icona gay come lo scrittore dal garofano verde, ma anche il regista coreano Kim Ki-duk, che ha pagato in tribunale – e a Berlino si è dovuto comunque difendere ancora una volta dalla contestazione per cui finì in tribunale – lo schiaffo ad una delle sue protagoniste (prima di girare una scena del suo Moebius) e le attrici salite sul podio delle conferenze stampa.

Come Isabelle Huppert, felice di aver sempre rappresentato il femminile nei suoi film e che di molestie e discriminazioni finalmente si parli.

A proposito di donne e tabù, in questo caso davvero arcaici e ancestrali, è stato accolto molto positivamente Figlia mia, il film italiano di Laura Bispuri in concorso, con due protagoniste molto applaudite come Valeria Golino e Alba Rohrwacher che, insieme alla piccola Sara Casu, raccontano un lato oscuro della femminilità parlando di maternità con una rivalità che affonda le radici non solo nella meravigliosa Sardegna dei contrasti in cui è ambientata la storia, ma nella favola brechtiana delle due madri e addirittura nella salomonica parabola della Bibbia.

La stampa straniera ha subito paragonato pubblicamente le protagoniste a grandi attrici icone del cinema italiano come Giulietta Masina e Anna Magnani e la citazione non è azzardata se si riflette sul personaggio, davvero ben scritto per la madre leggera e borderline, folle e perduta ma irresistibilmente attraente per la piccola Vittoria che sente inconsapevolmente di esserne calamitata e insieme respinta. Ma colpisce anche se – oltre la figura di questa madre biologica che finisce per rompere con la bambina il patto di un silenzio ‘comprato’ – si cerca il paragone nella memoria cinematografica con la forza disperata di quella madre, che Vittoria l’ha cresciuta in una simbiosi protettiva assoluta, nella grande Magnani di Bellissima, che Golino certo evoca quando copre gli occhi a sua figlia e la stringe a sé, placandone la ribellione, di fronte all’umiliazione dell’altra, che prima mostra crudelmente alla figlia, poi la spinge, però, a proteggere sua figlia dallo choc di fronte alla vita anche sessualmente perduta della ‘vera’ madre improvvisamente svelata. Tra contrasti e tradimenti affettivi, tre donne alla ricerca della propria identità: questo è il tema forte del film di una regista quarantenne e madre e di due attrici che riescono a costruire perfettamente la storia pur non essendo madri nella vita personale.

Aspettando il film italiano che domani debutta in Panorama, opera prima dura e molto attesa di una coppia di fratelli registi, La terra dell’abbastanza, flashback sul week end degli scrittori e dei primi film interessanti: quello del tedesco Christian Petzold e del russo Alexey German Jr., entrambi in corsa per l’Orso d’oro: il primo racconta con Transit (tratto dal romanzo di Anna Seghers) la fuga dal nazismo nell’occupazione di Parigi, ambientandola in una Francia, la Marsiglia, di oggi, il secondo ricorda la censura subita dello scrittore Sergej Dovlatov nel novembre del 1971, quando il regime costrinse un’intera generazione di artisti e intellettuali all’esilio. Dovlatov fuggì a New York per essere pubblicato, morendo però neanche cinquantenne.

Anche quello di Oscar Wilde, a cui Rupert Everett ha dedicato il suo esordio in Berlinale Special è, alla fine, il racconto di un autore emarginato e vilipeso, morto solo e in miseria dopo la caduta, il carcere e la condanna per la sua omosessualità. Un racconto nel quale Everett ha creduto preparando il film di cui è protagonista per ben 15 anni.

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