Belli di papà: i costumi di Patrizia Chiericoni

di Gianni Canova

“Camicia bianca e abito grigio?”, chiede dalla profondità di campo l’anziana governante. E lui, Diego Abatantuono, con aria ancora assonnata risponde in primissimo piano: “No, camicia azzurra e abito blu…”. “E la cravatta?”, si informa premurosa la governante. “Quella fucsia coi pallini…”, scherza lui. Ma subito si corregge: “No, quella blu!”. Non è un caso che Belli di papà cominci con un dialogo sugli abiti e i vestiti. E con la vestizione formale del protagonista. Questo è uno di quei film in cui gli abiti parlano. Connotano i personaggi. Esprimono la loro identità. La costumista Patrizia Chiericoni (Happy Family, Educazione siberiana, Nessuno si salva da solo) ha lavorato bene. Ha trovato per ogni personaggio lo stile, il colore e il dettaglio che meglio lo riassume e lo esprime.

Così ad esempio Loris, il farfallone vanesio che vorrebbe sposare la figlia di Abatantuono solo per i suoi soldi, non può che presentarsi con una giacchetta color rosa vinaccia, molto trendy-dandy. A sua volta Andrea (Francesco Di Raimondo) – il figlio che studia psicologia ma non dà esami e passa il tempo a sedurre mature signore over 50 – indossa sempre camicie senza collo perché – lo dice lui stesso – quelle col collo “sono come uccelli con le ali troppo grandi”. Peccato che pur indossando sempre camicie di questo tipo spenda qualcosa come 5000 euro al mese per acquistare cravatte che nessuno gli ha mai visto indossare.

Belli di papà è una riuscita e divertente commedia generazionale. Mette a confronto la generazione dei padri (lavoratori, imprenditori: quelli che son venuti su dal Sud negli anni Ottanta e hanno fatto fortuna e accumulato ricchezza lavorando sodo) e la generazione dei figli. Bamboccioni, spendaccioni, fannulloni. Tutti happy hour e week end a Ibiza. Tutti pieni di idee ma inconcludenti. Inerti. Eredi diretti dei vitelloni di Fellini. Oziosi e viziati. Con le mani bucate. Come Chiara (Matilde Gioli), la figlia del personaggio di Abatantuono: capace di spendere 14.000 euro al mese dall’estetista. “Pelosissima!”, commenta sardonico il padre. Sardonico e incredulo. Per rieducarli, finge di esser finito in bancarotta e li costringe a fuggire con sé nella natia Puglia, dalle parti di Taranto. Vuole che provino cosa significa dover lavorare per vivere. E loro lo fanno. Chiara finisce a far la cameriera in un ristorante dove si parla solo pugliese stretto ci va con il suo vestitino attillato color crema e con le sue scarpette col tacco. Non le molla mai, quelle scarpe. Sono il segno della sua resistenza. Del suo rifiuto di accettare la sua nuova condizione. “Io le mie scarpe le amo e loro amano me!”, dice. Solo quando accetta di spogliarle e di indossare al loro posto un paio di scarpe di gomma più comode e pratiche è segno che si sta rassegnando al suo nuovo destino. Che lo sta accettando. Come suo fratello Matteo (Andrea Pisani), che passa dai gilerini grigi su camicia bianca del prologo milanese alle salopettes bisunte entro cui è costretto a occuparsi di smaltimento dei rifiuti nel profondo Sud.

Stereotipi? Anche. Ma il copione di Guido Chiesa e Giovanni Bognetti li fa propri e li assume per poi rovesciarli: quella che sembrava una commedia contro i cosiddetti “bamboccioni” si rivela in realtà proprio l’opposto, e l’atto d’accusa nei confronti dei figli finisce per rovesciarsi in una chiamata di correo indirizzata ai padri. Non male: quando c’è un rovesciamento di prospettiva e di punto di vista, vuol dire che dietro la storia c’è una testa che ragiona. I costumi gli danno una mano. Confermano e rafforzano. Nel finale Matteo indossa camicia azzurra su pantaloni blu. La giacca non ce l’ha perché siamo in Puglia ed è estate. Ma è esattamente il look che aveva scelto il padre nella scena iniziale. E in questo passaggio di testimone ci sarà pure un perché…

Photo from “Belli di papà” – Facebook Page

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