Beata ignoranza – La produzione di Fulvio e Federica Lucisano

di Gianni Canova

Cos’hanno in comune Notte prima degli esami (2007) di Fausto Brizzi, Questa notte è ancora nostra (2008) di Luca Miniero e Paolo Genovese, Noi e la Giulia (2015) di Edoardo Leo e tutti i film di Massimiliano Bruno, compresi Gli ultimi saranno ultimi, uscito lo scorso anno, e Beata ignoranza, da pochi giorni nelle sale italiane? Sono tutti titoli emblematici – non c’è dubbio – della nuova forma che la commedia italiana è andata assumendo negli ultimi 10 anni. Ma non basta: sono anche tutti titoli prodotti dalla IIF – Italian International Film di Fulvio e Federica Lucisano. A differenza di altri marchi della produzione italiana, orientati a scelte più generaliste ed eclettiche, i Lucisano hanno costruito e sviluppato una coerente linea editoriale che ha trovato nella commedia non solo il proprio punto di forza, ma anche la propria marca identitaria. Non solo: a differenza di quanto avveniva nella stagione dei cinepanettoni, i film di questa nuova fase della commedia italiana mostrano una tempestiva capacità di intercettare le trasformazioni del sociale e di dar corpo e voce ai fantasmi, ai bisogni e anche ai disagi che attraversano e abitano la società italiana. Così, se lo scorso anno Gli ultimi saranno ultimi era una sorta di epopea dei vinti nella ferocia dei tempi in cui ci è dato di vivere e trovava nel personaggio di Paola Cortellesi un’eroina capace di rivendicare anche all’interno delle maglie della commedia la propria dignità di donna umiliata ed offesa dalle logiche produttive dell’economia post-industriale, ora – in Beata ignoranza – ad essere messo a tema è il diverso atteggiamento degli italiani di fronte alla rivoluzione digitale e ai nuovi modelli sociali e relazionali che il web e la rete legittimano e sollecitano. Per sviluppare un tema così complicato (e suggestivo!), la scelta produttiva decide di riallacciarsi a uno degli schemi più solidi e collaudati del periodo d’oro del cinema italiano: quello della commedia di strana coppia (gli americani direbbero buddy buddy comedy) in cui due attori di rango interpretano due tipi umani dalle caratteristiche antitetiche e conflittuali ma per certi versi complementari. Ricordate Alberto Sordi e Vittorio Gassman in La grande guerra di Mario Monicelli? O, ancora, Gassman e Trintignant in Il sorpasso di Dino Risi? O Tognazzi e – di nuovo – Gassman in In nome del popolo italiano o in I mostri, sempre di Risi? In Beata ignoranza Marco Giallini e Alessandro Gassman (!!!) riprendono quel modello e lo aggiornano ai tempi nostri: entrambi nei panni di due docenti di un liceo romano, uno – Giallini – di Lettere, l’altro – Gassman – di matematica, incarnano due tipi umani agli antipodi: Giallini detesta i social media, non è su Facebook, non chatta, aborre i like e le condivisioni, mentre Gassman vive connesso ed esprime tutta la sua energia ed esuberanza vitale in un’invasiva presenza sul web. I due ovviamente hanno amato in passato la stessa donna, ma ora hanno con le donne un rapporto antitetico: Giallini è impacciato, titubante, insicuro, mentre Gassman è un tombeur de femmes sfacciato e vincente. La trovata di sceneggiatura consiste nell’obbligare due personaggi così costruiti a scambiarsi i ruoli: per una scommessa, per un mese Gassman dovrà vivere senza smartphone mentre Giallini dovrà imparare ad essere social. Anche qui, nulla di nuovo: è il classico meccanismo del déplacement (spiazzamento), che è alla base di tantissima commedia italiana: prendi un personaggio tipo, strappalo al suo contesto abituale, gettalo in un luogo o in una situazione che non conosce e stai a vedere cosa succede. Il meccanismo qui è ovviamente raddoppiato: ad essere spiazzati sono in due, ognuno costretto a vedere il mondo con gli occhi e dalla prospettiva dell’altro. Con gli effetti che chiunque può facilmente immaginare.

Ma gli effetti si producono perché tutto, nel film, è realizzato con una cura quasi artigianale, e con una passione, un’attenzione ai dettagli, una disponibilità anche a sperimentare e a rischiare, che erano tipiche – appunto – della stagione in cui il nostro cinema era il più bello del mondo. Merito della regia e della sceneggiatura, certo – che si prendono il rischio di adottare forme narrative non convenzionali basate sull’interpellazione dello spettatore, e sul gioco metalinguistico per cui la storia viene continuamente sviluppata attraverso una sottotesto che si interroga su come si possono raccontare le storie (in un film documentario, sul palcoscenico di un teatro, nelle narrazioni che ognuno di noi fa di sé sul web…), merito della strepitosa bravura degli attori, certo, ma anche merito di una produzione che – finalmente – sceglie la strada di un cinema medio, popolare ma di qualità, capace di miscelare toni e registri diversi – dal comico al patetico (nelle commedie dei Lucisano c’è sempre anche almeno un momento in cui ci si commuove e gli occhi si bagnano di lacrime) – e capace mettere a tema le ansie, le contraddizioni e i conflitti che interessano oggi la società italiana. Che era poi quello che ha sempre fatto – negli anni Cinquanta e Sessanta – la grande commedia che tutto il mondo ci ha invidiato e ci invidia.

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