Babadook – Il montaggio di Simon Njoo

di Gianni Canova

Il soprassalto. Questo è, in fondo, l’obiettivo di ogni horror che si rispetti: agire sulla chimica delle emozioni dello spettatore per farlo sobbalzare sulla sedia. Per stupirlo, scuoterlo, sorprenderlo, agghiacciarlo. Babadook, opera prima della regista australiana Jennifer Kent, non sfugge alla regola. E mette in atto tutti gli espedienti linguistici di cui è capace per farci sobbalzare sulla poltrona.

 

Prendiamo una sequenza-tipo: quella in cui la protagonista Amelia scopre piccoli scarafaggi che passeggiano sul pavimento della cucina. La donna – madre di un bimbo di 7 anni il cui padre è morto in un incidente stradale mentre la stava portando in clinica per partorire – sposta il frigorifero e nota un interstizio nella carta da parati da cui, forse, provengono gli insetti. La donna stacca un pezzo di tappezzeria. Primo piano sul suo volto. All’improvviso, il viso della donna assume un’espressione terrorizzata. Occhi impietriti, bocca spalancata. E un urlo agghiacciante. Noi spettatori intuiamo che ha visto qualcosa di orribile, ma ancora non sappiamo (non vediamo…) cosa ha visto. Stacco. Dall’oggettiva sul viso di lei passiamo a un’inquadratura soggettiva. Vediamo esattamente quello che anche lei sta vedendo: una fessura nella parete a forma di vulva insanguinata da cui fuoriescono, appunto, i viscidi insetti. La donna è sessuofobica, e quella visione (un’allucinazione?) ha una valenza metaforica fin troppo evidente. Ma cosa è stato a farci sobbalzare? Quello che lei vede, o crede di vedere? Non proprio. Piuttosto il modo in cui il montaggio ci porta a vedere quello che vede lei. Se avessimo visto la fessura nel muro prima dell’allarme terrorizzante innescato dal primo piano sul volto di lei, quella visione non avrebbe avuto lo stesso effetto. Perché al cinema è il montaggio che, alla fine, genera sia il senso sia le nostre sensazioni. Per questo in Babadook è fondamentale il lavoro del montatore Simon Njoo: è lui – in ultima istanza – che governa la chimica delle nostre emozioni. Funziona? A mio parere, un po’ sì e un po’ no. Funziona perché in fondo il film non si limita a narrare di una madre e di un figlio attanagliati dalla paura dell’Uomo Nero, ma riesce – almeno a tratti – a far provare quella stessa paura anche a noi spettatori.  In alcuni casi però il montaggio non basta e la regista deve ricorrere al altri espedienti più grevi (le schegge di vetro nella minestra, la scodella con i vermi, i pop up mostruosi che balzano furi dalle pagine del libro rosso indistruttibile che ha per protagonista l’Uomo Nero) per cercare di trasmettere anche a noi le paure dei personaggi.

 

A volte il montaggio è un po’ troppo veloce per spremere dalle situazioni tutto il loro potere perturbante, altre volte invece indugia su un’inquadratura qualche attimo più del necessario, dissipando la potenziale tensione accumulata. Peccati veniali: Babadook è comunque un horror elegante e disturbante (i due aggettivi possono coesistere?) che a volte riesce perfino ad avvicinarsi (ma ad avvicinarsi soltanto…) al Polanski di Rosemary’s Baby o di Repulsion nel mettere in scena le fobie di una madre repressa che non sopporta più il proprio pargoletto urlante, petulante e quasi “posseduto”. E poi, al posto di facili e scontati effetti speciali orrorifici in Babadook sono prima di tutto le immagini che fanno paura. In modo abile ed efficace il montaggio di Simon Njoo inserisce nella storia alcune immagini di repertorio prese dalla storia del cinema (da I tre volti della paura di Mario Bava, da Il fantasma dell’opera del 1925, dalle stregonerie e dalle prestidigitazioni visive di un maestro/pioniere del cinema delle origini come Georges Méliès): quasi a dire che l’estetica del soprassalto, sullo schermo, viene da lontano. E che dal passato del cinema ci vengono lezioni ancor oggi insuperate e insuperabili. Anche in materia di paura.

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