Ave, Cesare! – La fotografia di Roger Deakins

di Gianni Canova

La prima immagine sembra galleggiare nel buio.

Inquadrato stretto dall’alto, un uomo si sta confessando.

La luce filtra tremula dalla grata del confessionale.

Il volto è praticamente immerso nell’ombra.

Le voci sono poco più che sussurri.

Stacco. Esterno notte. L’uomo è uscito in strada. Piove.

Luci bluastre. Asfalto lucido. Passi nella notte. Rumore della pioggia.

Sembra di essere in un noir, ma non è così.

Siamo in un film dei fratelli Coen.

Un film girato in pellicola, e lo si vede fin dalla prima scena.

C’è una pastosità, una densità, perfino una fisicità dell’immagine

che solo la pellicola sa dare.

Il direttore della fotografia Roger Deakins

(che lavora ininterrottamente con i Coen fin dai tempi di Barton Fink, 1991)

ogni volta che parte un nuovo progetto con i fratelli del Minnesota

prova a ipotizzare un set con riprese in digitale, ma poi fa marcia indietro.

“La pellicola sta morendo”, dichiara ripetutamene nelle interviste.

Lui stesso la abbandona quando fa film con altri registi

(Sicario, per cui ha ottenuto quest’anno la sua 13esima candidatura all’Oscar,

è girato in digitale, e la resa è comunque ottima).

Ma con i Coen non ce la fa. Con i Coen la pellicola è quasi obbligatoria.

Soprattutto per un film come Ave, Cesare!:

un romantico omaggio alla Hollywood degli anni Cinquanta,

ai suoi miti e ai suoi riti, soprattutto ai suoi generi

e – cosa fondamentale  – alla sua luce.

Perché Ave, Cesare! è anche e soprattutto una scorribanda affettuosa e divertita

tra i modelli di luce che la Hollywood “classica” sperimentava nel decennio

del compiuto e definitivo avvento e trionfo del colore (i Fifties, appunto).

Roger Deakins si diverte a riprodurre filologicamente la luce tipica dei vari generi.

Così l’incipit è un calco – come si diceva – sulle luci del noir

e un omaggio alla loro voluta e ricercata impermanenza e precarietà.

Ma poi tutte le scene con George Clooney vestito da centurione

sul set del “film nel film” che dà il titolo al film dei Coen

richiamano la luminosità panoramica e dorata di film come Ben Hur o La tunica,

mentre il musical acquatico con Scarlett Johansson come protagonista

riecheggia i film con l’attrice/nuotatrice Esther Williams

(in particolare ad essere citato è La ninfa degli antipodi, 1952, di Mervyn LeRoy),

con quella plongé verticale sui corpi delle nuotatrici

in costume da bagno giallo da un lato e rosso dall’altro

che disegnano e compongono arabeschi floreali sulla superficie dell’acqua,

illuminati sempre in modo omogeneo e brillante.

E ancora entriamo e usciamo dalle luci marmoree e rosate della commedia sofisticata,

dalla luminosità polverosa dei western di serie B, dalle atmosfere eleganti

e dalle luci monocrome dei balletti dei marinai stile musical MGM,

in una scorpacciata solo apparentemente cinefila

che in realtà è una raffinata operazione metacritica sul cinema

in quanto fabbrica dei sogni, capace di trasformare la cartapesta in luce

e la finzione in realtà. Come dice uno dei personaggi:

“Il pubblico non vuole fatti, vuole credere!”

Per godere di un cinema così, certo, bisogna avere una memoria cinefila

solida e approfondita, ed essere disposti a godere più di testa che di pancia o di cuore.

Non so quanti degli spettatori più giovani siano in grado di riconoscere davvero

Esther Williams dietro il personaggio di Scarlett Johansson

o Gene Kelly dietro a quello interpretato da Channing Tatum.

La luce però la riconosciamo tutti: vedi quelle immagini

e senti che in quei paraggi ci sei già stato,

senti che la tua memoria luministica si accende,

e ti ritrovi in mondi che il tuo (e il nostro…) immaginario ha già abitato.

Ed è questo che resta, alla fine di un film come Ave, Cesare!:

più che l’ennesimo affresco di Hollywood Babilonia,

più delle scene – pur strepitose – degli sceneggiatori comunisti e complottisti

riuniti a Malibu fra Marx, Engels e stuzzichini,

o dei rappresentanti di tutte le religioni messi a confronto

su come rappresentare la figura di Cristo sullo schermo,

resta la memoria di luci e colori che ci hanno emozionato

e che fanno parte a tutti gli effetti anche della nostra storia.

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