Assassinio sull’Orient Express – La recitazione di Kenneth Branagh

di Gianni Canova

Non è solo questione di baffi.

Kenneth Branagh, interpretando per il grande schermo il mitico detective Hercule Poirot, ha deciso di esagerare. Dal momento che Agatha Christie, che di Poirot è l’inventrice, definiva “immensi” i baffi del suo personaggio, Branagh ha pensato bene che i baffetti striminziti e appena arricciati di Albert Finney (che fu Poirot in L’assassinio sull’Orient Express diretto nel 1974 da Sidney Lumet) o quelli pur imponenti di Peter Ustinov (che è stato Poirot in una mezza dozzina di film, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta), non erano sufficienti. Così, si è fatto costruire una protesi pilifera che dal labbro superiore si estende fino a metà guance, quasi l’equivalente tricologico di una architettura austro-ungarica: appena brizzolati, incorniciano un pizzetto a forma di goccia che decora maliziosamente il mento del detective e rendono unica e penetrante la sua espressione.

Ma, dicevamo, i baffi non sono tutto.

Aggiungeteci gli occhi cerulei, la fronte corrucciata, lo sguardo sempre molto severo e preoccupato, e avrete un Poirot abbastanza lontano dall’iconografia ufficiale del personaggio. Niente più ironia alla Peter Ustinov. Niente più comportamenti un po’ affettati e molto dandy alla David Suchet (che è stato Poirot nei settanta episodi della serie Tv a lui intitolata, dal 1989 al 2013). Niente modernizzazioni forzate come quella compiuta da Alfred Molina (che nel film-tv Assassinio sull’Orient Exprress del 2001 si portava sul treno niente meno che un computer portatile per aiutare le “cellule grigie” del cervello umano). Branagh va da un’altra parte. Se come regista dell’operazione opta per una mise en scène un poco vintage e sfacciatamente old fashion, come attore sembra quasi voler trasferire Agatha Christie dalle parti di Shakespeare: come se volesse fare di Poirot un nipotino di Amleto, alle prese con laceranti dilemmi interiori: un anacoreta severo e inflessibile, che non sopporta l’imperfezione umana (anche se si tratta soltanto di una cravatta leggermente storta) e che si tormenta sui misteri della colpa e sul confine che separa e unisce la Legge e la Giustizia. Così interroga, incalza, sentenzia (“Riesco a vedere il mondo come dovrebbe essere solamente quando non lo è”). Quando fissa negli occhi uno dei sospettati, sembra di sentire il lavorio delle sue cellule cerebrali impegnate in spericolati esercizi di deduzione e abduzione. Il Poirot di Branagh non guarda, penetra. Non chiede, esige.

A volte militaresco (lo si vede perfino camminare sul tetto innevato del treno bloccato da una slavina), altre volte galante, sempre meditabondo, con la sua recitazione “intensa” trasforma Poirot in un cavaliere dell’etica e della logica: mentre tutti gli altri attori del cast – da Johnny Depp a Michelle Pfeiffer, da Judy Dench a Penélope Cruz – si mantengono nei ranghi e recitano per nascondere che i loro personaggi stanno mentendo, Branagh non teme l’eccesso da mattatore e trasforma il plot di Agatha Christie in una sorta di one-man-show, un monumento alla sua bravura attoriale.

È bravo, Branagh. Bravissimo, non c’è dubbio. Fin troppo. Come i suoi baffi. A teatro, una recitazione così sarebbe stata – forse – perfetta. Al cinema un po’ meno. Perché straborda. Perché tracima. E finisce per produrre sul meccanismo del racconto giallo lo stesso effetto della slavina sul treno: blocca ciò che è stato costruito per muoversi. Rende statico ciò che dovrebbe correre. Come nella requisitoria finale: Branagh dispone i sospetti su un tavolo all’ingresso del tunnel. È solo la fine di un’indagine, ma messa così sembra l’ultima cena. Forse, senza neanche dirselo, Branagh non aveva in mente solo Shakespeare. Forse, volva dare al suo Poirot, così concentrato a combattere i mali del mondo, anche qualcosa di intimamente, ineffabilmente cristologico. Riservando a sé – manco a dirlo – la parte del Redentore.

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Commenti

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Marika Iannone 11 giorni fa

Immensi i baffi, come d'altronde la scenografia che lasciava senza fiato. Un lavoro niente male per il regista britannico che nasce e cresce in teatro. È vero che la drammaticità shakespeariana trasuda da ogni parola che venga pronunciata, ma, appunto, non sarà un pò troppo aulica, scenica, a tratti non del tutto spontanea questa sceneggiatura? Detto questo, il secondo problema è proprio Michelle Pfeiffer, per me assolutamente inadeguata al ruolo.

Annamaria D'Auria 11 giorni fa

A me infatti è piaciuta l’interpretazione di Michelle Pfeiffer. Sobria, con un giusto mix di disincanto, e fascino glamour che nel finale si scioglie in dolore.

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