Aspettando il Re – La recitazione di Tom Hanks

di Gianni Canova

“Ma come sono finito così?”.

Proprio all’inizio di Aspettando il Re, il personaggio interpretato da Tom Hanks pone a se stesso e a tutti noi uno di quegli interrogativi che è inevitabile rivolgersi dopo una crisi, una caduta, un momento di impasse. Lui, già manager di un’importante società, ha commesso alcuni errori ed è caduto in disgrazia: ha perso la casa, ha divorziato dalla moglie, non ha i soldi per pagare il college all’adorata figlia ed è divorato dal senso di colpa per aver chiuso una fabbrica di biciclette accettando la delocalizzazione in Cina.

Ora Alan Clay (clay come creta, argilla…) è stato spedito in Arabia con la missione impossibile di concludere un accordo con il Re saudita per la fornitura di nuove tecnologie comunicative basate sull’uso di ologrammi (Ologramma per il Re è il titolo originale del film, oltre che del romanzo diTom Hanks da cui il film è tratto). Praticamente deve vendere simulacri dell’umano che sappiano fare senza errori ciò che gli umani non sempre sono in grado di fare. Arrivato in Arabia, per prima cosa deve superare lo shock ambientale: deve cioè fare i conti con quella fase di “ambientazione” climatica e culturale che è di fatto inevitabile per chiunque si trovi a operare in un contesto differente da quello abituale.

Il problema, per Tom Hanks, è quello di rendere lo sconcerto e il disorientamento del personaggio. E lui lo fa ricorrendo a un repertorio mimico che passa dallo sgranare gli occhi all’abbassare le palpebre, dall’aggrottare le ciglia al socchiudere le labbra: tutti espedienti di micro-fisica facciale che esprimono perplessità, disagio, sconcerto, sorpresa. Sbattuto in una grande tenda in mezzo al deserto, nei pressi di una città virtuale che ancora non c’è (ma che il Re vorrebbe costruire sulla riva del mare), senza wi-fi, senza aria condizionata, senza pasti regolari, Clay si presenta ogni giorno all’appuntamento con il Re o con il suo rappresentante, ma ogni volta gli viene detto che non c’è né l’uno né l’altro, e che l’appuntamento è rinviato al giorno successivo. Precipitato in una situazione in bilico tra Kafka (Il castello) e Beckett (Aspettando Godot), scarrozzato avanti e indietro dall’hotel di Jedda alla tenda nel deserto da un autista arabo un po’ svalvolato che adora i Chicago e Elvis Presley, il nostro manager è tormentato da visioni e ricordi che gli tolgono il sonno e da un fastidioso bubbone (una ciste? Un lipoma?) che gli si è gonfiato sulla schiena e in cui somatizza – forse – i propri fallimenti professionali ed esistenziali.

Il tono del film oscilla tra il surreale e il metaforico e Tom Hanks deve dare il meglio di sé – come avrebbero fatto un tempo un Cary Grant o un Paul Newman – per interpretare il suo character prediletto – l’uomo comune, l’americano medio, l’individuo ordinario in circostanze straordinarie – in un contesto sovraccarico di enigmi e di impossibili mediazioni culturali. Così nella prima parte fa ricorso a un campionario di smorfie (alza l’angolo della bocca, corruga la fronte, si scolpisce sul volto sorrisini forzati e palesemente inautentici) per rendere visibile il disagio che lo scava dentro, accentuato dalla difficoltà di comunicare non solo con il paese in cui si trova, popolato da maschi arabi in tunica bianca e kefiah biancorossa, ma perfino con il suo stesso team.

Sotto il tendone piantato nel cuore del nulla, ad esempio, per dare fiducia alla squadra e ammantarsi di sicurezza, se ne esce con una battuta ad effetto: “Per uccidere me ci vuole una pallottola d’oro!”. La ragazza bionda del team lo guarda con aria interrogativa. E lui, sorridente: “Lawrence d’Arabia!”. Ma lei non coglie e sgrana gli occhi: “Lawrence chi?”. Il gap culturale, evidentemente, non riguarda soltanto gli arabi. E allora Clay, argilloso come il nome che porta, diventa sempre più goffo, lento, molle, privo di energia.

È Tom Hanks che lo rende così. “Mi sento come una lastra di vetro che sta per andare in frantumi…!”, esclama. E più di una volta, quando si siede, la sedia si sfascia sotto il suo peso e lo lascia con il sedere a terra: metafora facile, non c’è dubbio, ma chiara, per dire la sua mancanza di equilibrio, la sua fragilità, la sua precarietà. Come l’altra metafora ricorrente, legata al fatto che non sente mai la sveglia e si alza sempre troppo tardi, a significare un ritardo che non è solo suo ma – forse – di tutto l’occidente e del mondo che in lui trova espressione.

Poi, nella seconda parte del film, la conoscenza con la dottoressa araba sua coetanea (un’eccezione culturale vivente!), l’incontro fra le due solitudini, una più accentuata consapevolezza dei suoi errori esistenziali e manageriali, portano a un cambio non solo di regia (meno campi lunghi, più primi piani, e flashback non più di disintegrazione ma di cicatrizzazione dell’identità), ma anche di recitazione: meno smorfie, viso più disteso, postura più eretta ma senza spavalderia, fisiognomica della serenità.

Ancora una volta Tom Hanks si conferma attore sublime. Più bravo qui che nell’altro recente adattamento da un romanzo di Dave Eggers (Il cerchio), dà vita a un personaggio che ritrova se stesso attraverso l’incontro con l’Altro (una donna araba). Anche qui, come nell’adattamento di Il cerchio, il finale è più ottimista e consolatorio rispetto al romanzo di partenza: ma Hanks dà al suo personaggio una pregnanza davvero epocale e ne fa l’emblema di un occidente “argilloso” che magari è meno forte della concorrenza nello stringere accordi commerciali e nel vendere simulacri dell’umano, ma che rimane comunque impagabile nella sua capacità di incontrare l’Altro e – al contempo – di lasciarsi plasmare – come la creta – dalle mani, dagli sguardi e dalle culture con cui viene in contatto.

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