Arrival – Le scenografie di Patrice Vermette

di Gianni Canova

Hannah. È nel nome della figlia della protagonista la matrice formale di Arrival di Denis Villeneuve.

Hannah è un nome palindromo. Lo si può leggere indifferentemente da sinistra a destra o da destra a sinistra. Questa struttura a percorribilità bidirezionale regge l’impianto dell’intero film: perché il racconto può essere “percorso” indifferentemente dall’inizio alla fine o dalla fine – a ritroso – all’inizio. Perché tutto nel film esprime un’idea di tempo non lineare. E perché anche i misteriosi segni che sono al centro della storia (e su cui fra poco tornerò) possono essere compresi e decrittati a partire indifferentemente da qualsiasi direzione.

Siamo evidentemente dalle parti della science fiction filosofica e concettuale: 2001 di Kubrick, non c’è dubbio. Ma anche Contact di Zemeckis, Gravity di Cuaron, Interstellar di Nolan. E, su tutti, Incontri ravvicinati di Spielberg: lì, come qui, il problema degli umani è decrittare il linguaggio degli alieni. Nel film di Spielberg la comunicazione con gli extraterrestri passava attraverso la decifrazione di una sequenza di cinque note, mentre in Arrival c’è una linguista interpretata da Amy Adams che deve riuscire a trovare un senso in schizzi di inchiostro che assomigliano un poco alle macchie di Rorschach, quelle che vengono usate per i test psico-attitudinali.

Lei sa che la decrittazione non è solo un problema linguistico, sa che è soprattutto una questione filosofica e cognitiva. Decrittare un linguaggio significa comprendere una forma di pensiero. Perché un linguaggio non è mai solo uno strumento neutro, è un modo di pensare. E’ un insieme di schemi cognitivi, di tracciati emotivi, di modi percettivi.

Nel film di Villeneuve gli umani, per comprendere gli alieni devono imparare a fare tutto ciò. E siccome non lo sanno fare, e costa fatica farlo, e magari pensano pure che non gli convenga farlo, a un certo punto si preparano a fare la guerra. E’ sempre andata così, la Storia: dove il pensiero abdica, o si ritira, vengono fuori le armi. Dove si smette di pensare, si comincia a sparare.

Il problema, per Villeneuve, era come rendere visibile tutto ciò. E qui entra in gioco la funzione decisiva che in un film come Arrival ha il design: Villeneuve ha ideato personalmente la forma degli eptopodi (gli alieni a sette tentacoli/zampe) e ha disegnato le 12 astronavi a forma di guscio ovale che, simili al monolite kubrickiano, appaiono all’improvviso in 12 diverse zone della Terra. Basterebbero queste due forme – gli eptopodi e le astronavi – a rendere indimenticabile il film: perché sono al contempo simboliche e archetipe. Perché sono semplici e complesse.

Ma non basta: le stanze e gli spazi degli alieni sono stati disegnati dallo scenografo Patrice Vermette ispirandosi agli spazi di luce di un light artist come James Turrell (cercatelo sul web, gli echi e i debiti sono evidentissimi!). E poi c’è il linguaggio “scritto” degli eptopodi: Vermette l’ha creato e per collaudarlo ha messo a punto una vera e propria “bibbia”, immaginando quasi un centinaio di segni con significato diverso. Poi con Villeneuve hanno definito anche le modalità di scrittura: macchie di inchiostro circolari (palindrome?) prodotte dagli arti degli eptopodi e scaturite direttamente dai loro processi mentali. La complessità resa semplice. Visibile, in bianco e nero.

Perché questo affascina di Arrival: arrivato al limite estremo delle possibilità tecnologiche il cinema riscopre la semplicità delle sue origini e della visione in bianco e nero, e crea immagini fantasmatiche che sembrano radiografie, silhouettes o ombre cinesi.

Lontano dalla burbanza tonitruante di tanta altra fantascienza contemporanea, Arrival ci riporta alla radici della comunicazione. E fa pensare. Uscendo dal cinema, gonfio di pensieri, mi sono ritrovato a pensare a quel passo delle Memorie di Adriano di Marguerite Duras in cui il più grande degli imperatori, ormai giunto alla fine della sua vita, confessa a se stesso e agli amici che ha fatto quello che ha fatto perché nella sua vita ha sempre pensato e parlato in greco.

Arrival ci dice la stessa cosa: è la lingua che parliamo che forma e dice anche il modo in cui pensiamo. In tempi in cui qualcuno vorrebbe che parlassimo tutti solo la stessa lingua, possibilmente con un ridottissimo numero di parole, vale la pena di pensarci davvero.

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Commenti

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Gianni Canova 6 mesi fa

Gulp! Vero, mi scuso. Non so come, invece di Marguerite Yourcenar mi è uscito Marguerite Duras. Mi cospargo il capo di cenere e chiedo scusa a tutti per l'errore. Alla Yourcenar, prima di tutto. Il libro, comunque, è bellissimo.

Gianni Canova 6 mesi fa


fabrizio verrigni 6 mesi fa

Memorie di Adriano di Marguerite Duras????? mi sa di no! avete scambiato le margherite!

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