Animali notturni – Il montaggio di Joan Sobel

di Gianni Canova

Carne che ballonzola.

Carne che tremula.

Carne che deborda.

Comincia con la sfacciata esibizione di corpi femminili sconciamente obesi, Animali notturni di Tom Ford. Corpi grotteschi, corpi sformati, corpi disturbanti. Corpi che eccedono i canoni di gusto consolidati, corpi sconvenienti, corpi oscenamente nudi, ad eccezione degli stivaletti ai piedi e dei cappellini da majorettes.

Da tempo non si vedeva sullo schermo una così diretta messinscena del freak in versione femminile.

Perché di questo si tratta: di una messinscena.

Per tutta la prima parte della sequenza, al limite dell’insostenibilità, la macchina da presa di Tom Ford inquadra i corpi interi che ballonzolano al rallenty e li alterna – grazie al montaggio di Joan Sobel – ai primi piani delle stesse donne, tutte col volto contratto in una smorfia enigmatica che esprime al tempo stesso disagio e dolore, rassegnazione e sfida, richiesta di complicità e invocazione di pietà.

Cosa stiamo vedendo? Dove si trovano questi corpi così ostentatamente esibiti?

Cosa li unisce? E’ il montaggio di Joan Sobel che lo svela: passando dalla figura intera e dal primo piano al totale, ci rendiamo conto del contesto. Siamo in una galleria d’arte, quei corpi non sono che un’installazione organica dentro una mostra d’arte contemporanea.

Il bello del brutto: l’esibizione del difforme nel luogo che dovrebbe sancire la celebrazione del conforme.

Stacco. Il montaggio passa a un’inquadratura dall’alto.

I corpi giacciono nudi su piedestalli bianchi.

Nudi e immobili. Ora sono come statue di carne. Sempre grottesche ma come senza vita.

Stacco. La veduta dei corpi si alterna con vedute in plongé sul groviglio di strade, highways, raccordi e tangenziali che circondano Los Angeles.

È l’imbrunire, le auto sfrecciano con i fari accesi lungo le curve delle strade.

Il montaggio alternato e parallelo mette brutalmente a contatto l’organico (i corpi).

E l’inorganico (le strade). Curve grottesche e curve armoniche.

Perfezione progettuale e imperfezione vitale.

E’ il montaggio di Joan Sobel che fin dalla sequenza d’apertura mette a fuoco il senso profondo del film, e lo veicola: l’arte (che produca un romanzo, un’autostrada, un abito…) può ambire alla perfezione della forma, la vita no.

La vita corrompe, degrada, sforma.

L’arte invece è lì, fissata una volta per tutte in una forma perfetta.

Ma l’arte può venire a noia.

A Susan, la protagonista, è venuta a noia.

Lo dice espressamente: l’arte non le interessa più.

Le interessa la vita. Anche se la vita fa schifo.

Anche se vivere significa fare i conti con la propria inadeguatezza.

Con la propria fallibilità.

La storia che Tom Ford ci racconta in questo suo capolavoro ci dice questo.

Ci aiuta a capire perché, nonostante tutto, preferiamo la vita all’arte.

Ma anche perché abbiamo bisogno dell’arte per capire che non possiamo che preferire la vita.

Joan Sobel (che aveva già lavorato con il regista-stilista Tom Ford nel suo precedente A Single Man) fa del suo lavoro un vero e proprio montaggio delle attrazioni: era dai tempi di Whiplash che non si vedeva un film in cui il montaggio è così decisivo.

Ma là, nel film di Damien Chazelle, il montaggio dettava il ritmo alla storia, qui le dà il suo senso.

Guardate anche solo i passaggi analogico-formali con cui Joan Sobel connette il piano del reale con il piano dell’immaginario (il romanzo scritto dall’ex-marito e inviato a Susan che lo legge di notte): dal divano rosso su cui sono riversi i cadaveri di madre e figlia nel romanzo all’analogo divano su cui è riverso il corpo vivo della figlia di Susan nella realtà, Animali notturni è tutto un intrecciarsi di forme, colori e situazioni che rimbalzano da un piano all’altro, fino al bellissimo epilogo, quando di fronte a Susan sola nel ristorante in cui aspetta chi forse non verrà, è ancora una volta il montaggio che passa dal totale alla figura intera al primo piano via via fino al dettaglio dell’occhio su cui si chiude il film, quasi a dirci che tutto il mondo è lì dentro, e il senso anche.

E il cinema? Il cinema è il dispositivo che ci aiuta a vedere il nostro occhio al lavoro.

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