American Pastoral – I costumi di Lindsay McKay

di Gianni Canova

Non la vediamo in volto. La scorgiamo in campo lungo, lontana, mentre scende dal taxi. Poi, mentre a capo chino si avvicina alla bara dello Svedese, quando il funerale all’aperto – secondo il rito ebraico – volge ormai al termine, la macchina da presa la inquadra solo di spalle. Non si vede chi è. Non si vuole che noi vediamo chi è. Vediamo solo un cappotto. Sobrio, mediamente elegante, color carta da zucchero. Un cappotto borghese e una borsa. Come se l’identità di questa donna misteriosa fosse affidata soltanto all’abito che indossa. In effetti, sulla sua identità possiamo fare solo congetture. Possiamo immaginare. Possiamo supporre – se è colei che pensiamo che sia – che non viva più come l’avevamo vista per l’ultima volta accanto al padre, che finalmente l’aveva trovata dopo anni di lontananza. Il colore del cappotto che indossa, del resto, la colloca in una gamma cromatica molto vicina a quella degli abiti che il padre – lo Svedese, appunto (Ewan McGregor) – ha indossato per tutta la vita (e per tutto il film): azzurrini, grigio-celesti, bluastri, grigi. Lo Svedese – il protagonista di American Pastoral, il film che Ewan McGregor ha tratto dal capolavoro di Philip Roth Pastorale americana – è il prototipo vivente dell’american way of life. Per tutto il film porta un Borsalino in testa e si annoda una cravatta intorno al collo. Impeccabile, ordinato, pulito, sorridente. Come l’american dream. I suoi abiti e il suo aspetto vogliono essere l’incarnazione di questo sogno. Almeno fino a quando la storia (gli anni Sessanta, il ’68, la contestazione) e la geografia (la cittadina di provincia in cui è andato a vivere) non spingono la sua adorata unica figlia a ribellarsi a lui e ad avvicinarsi prima a un gruppo radicale che mette bombe e fa attentati e poi a una setta di fanatici religiosi che vanno in giro con un mascherino sulla bocca per non ammorbare l’aria con il proprio fiato. Quando lo Svedese lo scopre, è come se il mondo gli crollasse addosso. Annaspa nel vuoto. Brancola. Si perde. Ma continua a vestirsi come se il suo sogno vivesse ancora. Sua moglie no. Sua moglie (Jennifer Connelly) sbrocca. Quando sospetta che la figlia (Dakota Fanning) vada in giro a mettere bombe, si spoglia nuda nella fabbrica di guanti del marito e balla con addosso solo la fascia di Miss New Jersey che aveva vinto da ragazza. Lei – che nella prima inquadratura –a sua volta vista solo di spalle – indossava un abitino bianco virginale, non regge il trauma del sogno che va a pezzi. Cambia look. Basta con la sobrietà e il decoro borghese: tanto che indossa un tubino verde smeraldo molto sexy nella scena in cui lascia che il vicino di casa allupato le si sfreghi addosso dal di dietro. Gli abiti parlano, in American pastoral: la costumista Lindsay McKay non lascia nulla al caso. Lavora sulla semiotica delle stoffe, dei colori, dei tessuti, delle fogge, per raccontarci il vuoto in cui cadono i personaggi. Perfino la scena-chiave, quella in cui Merry bambina – a bordo del pick up color amaranto – rivela esplicitamente al padre l’attrazione sessuale che prova per lui, e gli chiede apertamente un bacio, è segnata dalla spallina dell’abito bianco della bimba che scivola maliziosamente sulla spalla. Anche in questo caso sono gli abiti che parlano per noi. E il cinema è l’alfabeto che li fa parlare.

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American Pastoral: i cerchi non si chiudono. – Saverio Mariani_Blog 11 mesi fa

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