Alice attraverso lo specchio – I costumi di Colleen Atwood

di Gianni Canova

11 nominations agli oscar in 20 anni, dal 1995 al 2015. Una media di una ogni due anni: è un primato quasi unico quello di Colleen Atwood, costumista di fiducia di Tim Burton ma anche di altri maestri del cinema hollywoodiano contemporaneo come Rob Marshall e Andrew Niccol. Di Oscar, in questi 20 anni Colleen Atwood ne ha vinti tre (per Chicago, Memorie di una geisha e Alice in Wonderland), ma ne avrebbe meritato anche qualcuno di più: nessun altro ha dato dignità, reputazione e centralità al mestiere del costumista come ha saputo fare lei. Solo Milena Canonero (4 oscar su 9 nominations) e Sandy Powell (3 oscar su 12 nominations) le stanno alla pari. Ma rispetto a loro, Colleen Atwood ha una vena visionaria che ne fa, spesso, la vera coautrice del film.

Prendete il suo ultimo lavoro, Alice attraverso lo specchio: benché trattato con sufficienza e diffidenza dalla solita critica talebana schierata a priori a difesa del dogma del realismo, è un piccolo gioiello visionario e, al contempo, è una festa per gli occhi proprio anche grazie ai costumi.

Alcuni di questi la Atwood li ha ripresi dal precedente Alice in Wonderland. Il caso più evidente è quello della Regina Rossa interpretata da Helena Bonham-Carter: il tema iconico del cuore diventa la matrice che ridisegna tutto il corpo e tutto il look del personaggio, a cominciare dalla testa, dilatata a dismisura, con i capelli rosso sangue appoggiati a un cranio ipertrofico fino ad assumere – appunto – la forma di un cuore. Ma a un cuoricino fa pensare anche il rossetto rosso disegnato sulle labbra e perfino il corpetto che copre il busto è chiaramente cardiomorfo. La Regina Rossa è insomma una sorta di grottesco cuore vivente: soluzione antrifrastica perché applicata a un personaggio che è, metaforicamente, davvero senza cuore. Ma prendete anche lo stesso personaggio del Cappellaio Matto interpretato da Johnny Depp: a sua volta coloratissimo, con i suoi capelli arancione, il suo cappello a cilindro e il suo vistoso fiocco al collo con disegnini a pois, quando sta male e teme di non riuscire più a ritrovare la sua famiglia, perde colore, diventa pallido, cinereo e smorto, perfino i capelli gli diventano color panna acida con qualche vago residuo del colore originario.

Ma il personaggio che da solo meriterebbe un oscar è il Tempo, interpretato da Sacha Baron Coen: Colleen Atwood ne fa una sorta di uomo-orologio, con i congegni meccanici, le rotelle e gli ingranaggi spesso ben in vista: una sorta di ibrido fra carne e metallo, con look total black immerso in un décor alla Hugo Cabret. Alice regala a lui l’orologio di suo padre, da cui era inseparabile, perché capisce che il Tempo non dimentica, ma conserva i ricordi di ciascuno. Né maschere né allegorie, sospesi sul confine tra fiaba e realtà (o surrealtà), i personaggi di Alice attraverso lo specchio sono esattamente quello che appaiono: non c’è, in loro, distinzione fra interiorità e esteriorità, portano in giro per il mondo la loro essenza e il loro destino. E i costumi di Colleen Atwood hanno il merito di rendere credibili e umani personaggi che spesso non sono che guizzi e capricci della fantasia.

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