Alaska – La colonna sonora di Pasquale Catalano

di Gianni Canova

All’inizio, prima di tutto, c’è un rumore di passi. Passi che rimbombano. Passi che ticchettano. Sul selciato. Sul parquet. Sul pavimento in legno di un terrazzo all’aperto sopra i tetti di Parigi. Tacchi di modelle, scarpe di cameriere. Passi. In un film in perenne movimento, psicologico ed esistenziale, è significativo che il primo elemento sonoro segnali ed enfatizzi il movimento nello spazio dei due protagonisti: li vedremo vivere di corsa, li seguiremo mentre attraversano correndo tutta la gamma delle relazioni affettive, e fin dall’inizio li sentiamo camminare. La musica interviene per la prima volta mentre la macchina da presa di Claudio Cupellini inquadra piedi polpacci glutei fianchi e ombelichi di ragazzine che si preparano a un casting di modelle.

E interviene risemantizzando le immagini. O dotandole di un significato ulteriore. Pasquale Catalano, che firma la colonna sonora del film, ha composto la sua partitura solo a film finito, quando già era montato. Ha scelto di usare poco repertorio (ad esempio le Supremes che eseguono My World Is Empty Without You mentre il personaggio di Sandro – Valerio Binasco – è sdraiato sul divano in compagnia di una crostata di mirtilli e di una pistola, in una delle scene-madri del film…). Per il resto, ha optato per una musica discreta: molta chitarra elettrica (suonata da lui stesso), un po’ di basso, un po’ di pianoforte. Ad esempio nella scena iniziale in cui Fausto (Elio Germano) invita la sperduta Nadine (Astrid Berges-Frisbey), giacca a vento e gambe ignude, nella suite più bella (500 mq per !5.000 euro a notte!) dell’hotel in cui lavora come cameriere: quando stappa lo champagne, e le due vite si legano per sempre, le note di pianoforte evocano davvero un altrove. Come se i due non fossero già più lì, ma in fuga verso un’altra vita e un altro mondo possibile. La musica di Pasquale Catalano interviene quando i personaggi smettono di parlare. Copre e riempie i vuoti di parole. Dialoga con i silenzi. Ma non è tutto. La musica interviene nel film o per legare situazioni narrativamente lontane ma relative agli stessi personaggi oppure come cerniera che lega situazioni diverse relative a personaggi differenti.

Ad esempio: la scena in cui Fausto e Nadine fanno l’amore per la prima volta, in un portone, e la scena in cui lo fanno per l’ultima volta, sono legate da una colonna sonora che sviluppa la stessa linea armonica, anche se sull’ultimo amplesso le note risuonano in modo più hard e con un’esecuzione che fa quasi pensare a un brano dei Deep Purple. L’altra soluzione, efficacissima, consiste – dicevamo – nell’usare la musica per accompagnare i personaggi da una situazione all’altra, come elemento linguistico di continuità nella radicale discontinuità della narrazione. Ad esempio, lo stesso brano musicale accompagna senza soluzione di continuità le immagini in cui Nadine è all’ospedale dopo l’incidente d’auto, attaccata ad apparecchi medicali, con le note che si mescolano ai bit dell’elettrocardiogramma, e le immagini in cui ritroviamo Fausto, dopo che l’ha lasciata sola, intento ad aggirarsi tra la “fauna” che popola di notte l’Alaska, il locale milanese di cui è diventato socio rubando di nascosto proprio i soldi di Nadine.

Due situazioni diversissime vengono accomunate dalla musica, che ci fa sentire come la solitudine di Nadine nel suo letto d’ospedale non è poi così diversa dalla solitudine di Fausto che pure in apparenza è circondato dalla folla danzante del suo locale. Uno dei momenti più alti si raggiunge comunque nella scena del furto, sulle note della Wally di Catalani. L’aria Ebben, n’andrò lontana? che Pasquale Catalano sceglie di far risuonare sulle immagini ha l’effetto di un vero e proprio straniamento. Ci invita a vedere le cose da un altro punto di vista. E fa transitare la storia dal registro epico a quello lirico. Se è vero che Alaska è uno dei più bei mélo del cinema italiano recente, è anche vero che la musica contribuisce a farci sentire sia l’energia dell’amore che lo strazio della sua impossibilità.

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