Agadah – La sceneggiatura di Alberto Rondalli

di Gianni Canova

I film, quasi sempre, raccontano una storia. Cercano di raccontare una storia. Quelli particolarmente coraggiosi provano a intrecciare più storie. O tentano di non raccontarne nessuna.

Agadah di Alberto Rondalli fa una cosa completamente diversa: racconta il raccontare. Trasforma in narrazione l’atto stesso del narrare. Perché il narrare è uno dei bisogni primari di ogni essere umano: assieme al mangiare, al bere, al dormire, al respirare, al fare l’amore, ognuno di noi ha il bisogno insopprimibile di raccontarsi, di nutrirsi di storie, o di nutrire gli altri con le storie della propria vita. Eppure, mentre tutti gli altri bisogni vengono spesso narrativizzati (quanti film sul mangiare, sul bere, sull’amare…) il bisogno di narrare resta spesso sullo sfondo.

Inenarrabile? Affatto.

Agadah – che significa, appunto, narrare – lo dimostra. La sceneggiatura di Alberto Rondalli (che è anche il regista e il montatore del film) prende spunto da un’opera-mondo, complessa e labirintica, come Il manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki: una sorta di “decamerone nero” scritto in francese da un autore polacco ai primi dell’Ottocento, e costruito con un meccanismo a scatole cinesi per cui una storia ne contiene un’altra, che ne contiene un’altra ancora, la quale a sua volta fa da cornice a un racconto ulteriore, in un gioco di matrioske narrative praticamente infinito.

Le storie che sgorgano l’una dall’altra, introdotte ogni volta da un personaggio della storia precedente che diventa narratore della successiva, hanno ben poco di realistico: sono storie di streghe e di fantasmi, di cavalieri erranti e di banditi, di eremiti e inquisitori, di zingari e invasati, di cabalisti e di impiccati, ognuno dei quali sperimenta un genere e un registro diverso (di volta in volta il racconto nero, la ghost story, il fantasy, il picaresco, l’esotico, l’erotico, il comico, e così via). Il tutto suddiviso in 66 giornate, con un andamento narrativo fluviale ed impetuoso: davvero un’opera titanica, inafferrabile, pluristratificata.

Possibile portarla sullo schermo? Un maestro come Luis Buñuel ne fu tentato a lungo, ma poi abbandonò l’idea. Nel 1964 ci provò il polacco Wojciech Jerzy Has, ma con risultati solo in parte soddisfacenti. Ora è la volta di Rondalli, che affronta la sfida prendendosi tutto il tempo necessario (anni ed anni di lavoro…) e lavorando sul corpus del romanzo con passione e rigore.

Rondalli sa che deve ridurre senza alterare. Tagliare senza strappare. Scartare per poi ricucire. Soprattutto sa che il film dovrà riuscire a trasmettere allo spettatore la sensazione di essere dentro un sogno, o in un gioco di specchi, dove i personaggi si riflettono l’uno nell’altro fino a scomparire.

Le giornate da 66 diventano 10. Ma poi, sul filo del viaggio iniziatico del protagonista Alfonso van Worden, Rondalli incastona miraggi, visioni e maledizioni. Corteggia demoni e fantasmi, seduttrici e truffatori. Si mantiene su un registro prevalentemente realistico per raccontare il viaggio e adotta invece toni più decisamente fantasy per evocare i vari racconti dei narratori che il viaggiatore incontra sul suo cammino.

Ne deriva un film strano e splendente come una pietra preziosa, lontano anni luce dai toni grigi e dimessi, piattamente quotidiani, di tanto cinema italiano: film-labirinto, film-cornucopia, film-caleidoscopio, Agadah può essere associato per analogia solo al folle e rapinoso Racconto dei racconti di Matteo Garrone: anche lì, come qui, un testo letterario di partenza che è una miniera inesauribile di storie (nel caso di Garrone, Lo cunto de li cunti di Basile), un gusto del narrare che non esita a inerpicarsi anche per i sentieri più ardui e scoscesi, un uso accorto del paesaggio italiano come location delle storie più inverosimili (Rondalli trasferisce i suoi racconti della Spagna all’altopiano della Murgia) e un titolo che in entrambi i casi (Agadah-Narrare, Il Racconto dei racconti) individua spudoratamente nel narrare, nei modi e nelle forme in cui è possibile raccontare una storia, il vero oggetto della narrazione.

Che meraviglia. Finalmente un film italiano che non si lascia mettere al collo il cappio del realismo ad ogni costo, e che ha il coraggio di spingere il nostro sguardo in altre direzioni. Può piacere o no, ma certo non gli si può negare il coraggio, la lungimiranza, l’ambizione. E il piacere di fare un cinema diverso da quello che dalle nostre parti siamo abituati a vedere.

Onore a Rondalli e al suo produttore Pino Rabolini. Un po’ meno a un sistema che stenta ad accogliere in un numero adeguato di sale un film così.

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