Adorabile nemica – La recitazione di Shirley MacLaine

di Gianni Canova

Il musetto malandrino che in Irma la dolce mandava in confusione ormonale l’ingenuo ex-poliziotto squattrinato interpretato da Jack Lemmon si è ormai irrigidito in un nido di rughe che in certe inquadrature conferisce al suo viso un che di clownesco. Gli occhi però sono rimasti gli stessi: maliziosi, taglienti, magnetici, profondi.

Guardatela anche solo nei primi quattro/cinque minuti di questo The Last Word (discutibilmente reso in italiano con Adorabile nemica): sola nella sua maestosa villa di Bristol, Shirley MacLaine si aggira fra i cimeli e i ricordi del passato, osserva i libri, i quadri e i vasi, poi esce in giardino e chiede le cesoie al giardiniere perché non è soddisfatta del modo approssimativo e impreciso in cui sta tagliando la siepe, quindi rientra in casa, allontana la cuoca e cucina da sola la sua cena. Stacco. Seduta al tavolo da sola, con davanti a sé un piatto da chef stellato e un calice di vino rosso, Shirley/Harriet (questo il nome del personaggio) resta immobile per qualche secondo e guarda nel vuoto. C’è – in quell’unica inquadratura – tutto il dramma della solitudine e della vecchiaia: lo smarrimento, la stanchezza, il silenzio, il disincanto. Forse, perfino il disamore. Bisogna essere una grande attrice per regalare al proprio personaggio (e a noi tutti…) un primo piano così. Così lontano, così vicino. Così intenso. Così silenziosamente struggente.

Shirley MacLaine è una grande attrice e questo film – per certi versi – è il suo necrologio preventivo: una summa teologica attoriale, una lectio magistralis dal set. Poco importa che il film ci sembri bello o brutto, che ci intrighi o meno: un film così lo si va a vedere per lei. Per la sua arte. Per quel che ha rappresentato nella storia del cinema (ben documentato nelle fotografie in bianco e nero sui titoli di testa, che ce la mostrano prima da bambina e poi in alcuni dei ruoli più importanti della sua carriera). Lei fa col film quel che il suo personaggio – facoltosa ultraottantenne, già a capo di una delle più importanti agenzie pubblicitarie del paese, ossessionata dal controllo e dalla mania del perfezionismo – fa nel film: chiede a una giovane redattrice (Amanda Seyfried) di scriverle il necrologio mentre è ancora in vita, per poter controllare anche quello. Per estendere il suo perfezionismo anche oltre la sua morte.

Shirley MacLaine chiede, appunto, una cosa analoga al regista Mark Pellington (già autore prediletto dei videoclip di rock band come gli U2 e i Pearl Jam). Poco simpatico? Molto narciso? Tant’è: il narcisismo è un vizio necessario al mestiere dell’attore. Il problema è quando è infondato, o velleitario. E quello di Shirley MacLaine non lo è. Guardate ad esempio la scena magistrale dell’incontro con la figlia al ristorante: non si vedono da vent’anni, la figlia la odia e l’ha ripudiata. Sono impacciate entrambe. Non sanno bene cosa fare, cosa dirsi. La figlia le rinfaccia quello che lei non ha fatto come madre, e le dice che nonostante tutto si è sposata, ha due figli ed ora è una donna felice. E lei, la madre, che si stava commuovendo, e aveva gli occhi umidi di lacrime, all’improvviso passa dal pianto al riso e poi alla risata sguaiata, di fronte alla figlia allibita, finché – continuando a ridere – lei, Shirley, borbotta: “Allora vuol dire che sono stata una brava madre se ho cresciuto una figlia felice…”.

Adorabile, davvero, nella sua sfacciataggine. Soprattutto per come costruisce un personaggio che prima appare burbero, scorbutico, scostante anaffettivo, e poi – a poco a poco – lascia intravvedere la propria parte in ombra. Come dice il personaggio di Amanda Seyfried nel finale: faceva sentire chiunque un pezzo di merda, ma lei non pensava che fossimo pezzi di merda. Lei ci stava solo incitando a essere migliori. Ci stava allenando a vivere. Lei vedeva tutte le nostre qualità, anche quelle che noi non vedevamo. Harriet è fatta così: anaffettiva eppure affettuosa (quando va a trovare l’ex-marito e appoggia la testa sulla sua spalla). Vecchia ma sempre energica (quando fa la deejay e si scatena con i Kinks). Rigida e mobilissima. Antipatica e adorabile. Perfezionista e indulgente. Non è da tutti dar vita a un personaggio così. Lei lo fa. Solo sterile virtuosismo attoriale? Neanche per idea. Harriet è uno di quei personaggi che ci portano a contatto con gli enigmi della vita. E che ci fanno vedere meglio alcune delle maschere che ognuno di noi porta dentro di sé.

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