7 minuti – I costumi di Andrea Cavalletto

di Gianni Canova

L’hanno definito la versione operaia e femminile di La parola ai giurati (1957) di Sidney Lumet.

Qualcosa di vero c’è: in entrambi i casi, un gruppo di persone è chiuso in una stanza e deve prendere una decisione importante: là, nel capolavoro di Lumet, la giuria popolare di un tribunale americano deve decidere se mandare o no sulla sedia elettrica un ragazzo di 18 anni imputato di omicidio, qui – nel film che Michele Placido ha tratto dall’omonima pièce teatrale di Stefano Massini – il consiglio di fabbrica di un’azienda di Latina deve decidere se accettare o no la proposta della nuova proprietà francese di ridurre di 7 minuti i tempi di pausa in cambio del mantenimento di tutti i posti i di lavoro. Là, 12 giurati, tutti maschi. Qui 11 operaie, tutte donne. In un caso come nell’altro, all’inizio c’è un unico personaggio (Henry Fonda nel film di Lumet, Ottavia Piccolo in quello di Placido) a sostenere una tesi che anche altri faranno propria nello sviluppo dell’azione.

La differenza di fondo è che La parola ai giurati è un film sul processo decisionale, mentre 7 minuti indaga piuttosto i modi e le forme con cui la consapevolezza dell’ingiustizia fa breccia nella carne e poi anche nella testa di 11 salariate del capitalismo globalizzato.

In una situazione drammaturgica come questa, per caratterizzare in modo veloce ed efficace i vari personaggi e per renderli facilmente riconoscibili dallo spettatore, il lavoro del costumista è fondamentale. E Andrea Cavalletto (che aveva già collaborato con Ermanno Olmi per Torneranno i prati e con Roan Johnson per Piuma) ha lavorato bene. A cominciare dal modo in cui ha scelto di vestire Bianca, la matura sindacalista di Ottavia Piccolo: capelli corti grigi, indossa un cardigan color carta da zucchero su un maglioncino grigio sotto cui si intravede una T-shirt bianca. Veste “a strati”, come stratificato è il suo pensiero. E’ la più elegante e composta di tutte, non c’è dubbio. Proprio come lo era Henry Fonda in La parola ai giurati: l’unico che non levava mai la giacca e non allentava il nodo della cravatta benché l’azione si svolgesse in una delle giornate più calde del secolo. L’analogia fra i due film è – anche da questo punto di vista – significativa: i due personaggi “pensanti” sono anche i più eleganti. Beninteso: sono eleganti perché pensano, non viceversa. Il pensiero, il dubbio, la fatica del ragionamento e dell’interrogazione continua conferiscono loro una misura e una compostezza che gli altri personaggi – di volta in volta impulsivi, sguaiati, superficiali, disperati – non possono avere. Hanno altro, gli altri personaggi. In 7 minuti, le altre operaie hanno la rabbia, la miseria, la furia, la dignità. Ambra Angiolini, ad esempio, è Greta: single, pallida, senza un filo di trucco, prende a pugni la vita come se fosse sempre su un ring. Dread in testa, veste in tuta e si è fatta tatuare un Amen sul collo. La scena in cui afferra una bottiglia di birra e la scaglia per terra mandandola in mille pezzi, mentre lei urla al mondo e alle compagne tutta la sua rabbia, ha un’intensità che fa venire la pelle d’oca (e peggio per chi non lo capisce, scrivendo sul web che è una recitazione teatrale, come se fosse una colpa). Fiorella Mannoia dà invece alla sua Ornella una caratterizzazione che passa per tutte le sfumature del rosso. Rossi i suoi capelli ricci, diversamente rossa la t-shirt che indossa sotto il piumino rosso-amaranto. Occhi pesantemente truccati nel volto segnato dagli anni e dalla fatica, spesso con la sigaretta fra le dita, è un altro personaggio a cui bastano poche battute per essere incredibilmente “vero”. Come per Marianna di Violante Placido: vestita di grigio, occhialini da segretaria, una ciocca di capelli grigi sulla fronte ampia, costretta sulla sedia a rotelle dopo un incidente sul lavoro, alla fine confessa la sua consapevolezza di aver pagato i piccoli privilegi che l’azienda le ha concesso con la rinuncia a denunciare l’azienda stessa per l’incidente che le è capitato. Diverse per età, per etnia, per sogni e bisogni, le 11 donne riunite attorno al tavolo del Consiglio di fabbrica esprimono tutta la durezza della condizione operaia nel mondo contemporaneo, in un groviglio di rabbie, isterie, frustrazioni, fatiche, razzismi, gelosie ma anche generosità e solidarietà che ben fotografano la durezza di quella condizione di vita. C’è Angela (Maria Nazionale), la napoletana truccata e vestita di scuro, che invece di parlare urla, e sta sempre attaccata al telefono, e si esprime con un’ irruenza che vuole tutto subito e non si pone domande e non accetta mediazioni, c’è Hira (Clémence Poésy), immigrata dell’est, con jeans e maglioncino rosa sui suoi capelli biondi, che ogni giorno subisce le molestie del padrone e deve riuscire a respingerle senza farsi licenziare, c’è Isabella (Cristiana Capotondi), figlia di Ornella, che sta per partorire e si chiede in che mondo vivrà la creatura che sta per mettere al mondo. Assieme alle altre quattro compagne, devono decidere – non solo per se stesse ma anche per tutte le centinaia di altre operaie che aspettano fuori dalla fabbrica – fino a che punto possono accettare di vendersi per avere il diritto di lavorare. Rispetto al testo teatrale, nel film c’è un personaggio in più: il padrone che sta vendendo la fabbrica ai francesi. Nella pièce non lo si vedeva, qui sì. E a interpretarlo c’è – non a caso – proprio Michele Placido. Che per sé sceglie un look apparentemente anonimo – giacca scura su dolce vita color panna – ma che in realtà connota bene l’identità – per nulla “vistosa”, molto mimetizzata, quasi nascosta, ma determinata – che va assumendo chi detiene le leve dell’economia e del potere decisionale nei nostri tempi difficili e globalizzati.

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