Loro 2 – La recitazione di Toni Servillo

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

All’inizio di Loro 2 Toni Servillo si sdoppia in due. Recita contemporaneamente due diversi personaggi che dialogano fra loro. In uno dei due indossa la maschera di Silvio Berlusconi, nell’altro quella di un sodale legato a Silvio fin dai primi passi della sua carriera imprenditoriale. Quest’altro personaggio viene chiamato Ennio e in molti vi hanno ravvisato la maschera di Ennio Doris, fondatore della Banca Mediolanum, secondo la rivista Forbes al ventesimo posto fra gli uomini più ricchi d’Italia. Mentre Servillo/Berlusconi mantiene durante tutto il dialogo la maschera impassibile, narcisa e volutamente enigmatica che indossa per tutto il film, Ennio – che incredibilmente assomiglia a Silvio – ha una maschera che richiama quella indossata a lungo da quel grande attore che era Guido Nicheli (in arte Dogui), quando faceva il cumenda milanese, tutto laute mance, spiderino e ghe pensi mi. Nei panni di Ennio, Servillo adotta un eloquio e una dizione non solo marcatamente ambrosiane (pur essendo Doris di origini venete), ma parla anche in un modo molto simile a quello di Berlusconi. Il che, se non altro, serve a smentire quei saccenti liquidatori che hanno imputato all’attore napoletano di non saper parlare meneghino. Se volesse “parlare come” Berlusconi, Servillo lo saprebbe fare. Ce lo dimostra. Se non lo fa, è perché di concerto con Paolo Sorrentino ha fatto una scelta diversa. Quale? Una possibile risposta ci viene dalla seconda scena di Loro 2, quando Silvio – per dimostrare a sé stesso di essere ancora irresistibile come “venditore” – chiama al telefono una casalinga scelta a caso sulle Pagine Bianche e prova a convincerla a comprare da lui una casa che ancora non esiste. Lì, in quel dialogo a distanza, Servillo tira fuori tutta la sua consumata ars retorica per dar corpo al fantasma del perfetto venditore, quello che usa la voce, i gesti, le pause, il ritmo e le astuzie psicologiche per indurre chi ascolta a dargli fiducia. Osservate con attenzione il modo in cui Silvio/Servillo, pur parlando al telefono e quindi sapendo che chi lo ascolta non lo può vedere, usa i gesti e le mani, guardate come dirige gli sguardi, come recita il copione, arrivando perfino – in un crescendo irresistibile – a lasciare trapelare il proprio originario accento partenopeo. Come se ci credesse davvero, come se fosse lui il primo a credere alla propria messinscena. Come se solo ingannando prima sé stesso potesse poi ambire ad ingannare gli altri.  Messinscena: è quello che rimprovera a Silvio sua moglie Veronica, che chiude il dialogo tesissimo che prelude al divorzio rimproverandolo così: “Sei una lunghissima, ininterrotta messinscena, Silvio”. Vero. Vero che è lunghissima, meno vero che è ininterrotta. Perché quella che Servillo indossa per incarnare Berlusconi è una maschera visibile e percepibile in quanto tale. La differenza rispetto alla maschera che Servillo si plasmava addosso in Il Divo, ad esempio, è evidente: là camminava come un vampiro curvo ed adunco, tutto giocato sull’eccesso di un mimetismo grottesco e straniante al tempo stesso, e il trucco – attraverso “rughe profonde come solchi, orecchie sporgenti e ribassate, pori dilatati, pelle raggrinzita”, ha scritto Michele Guerra – creava sopra il volto dell’attore  una sorta di calco deformante delle vere fattezze di Giulio Andreotti; qui invece è proprio la dissimulazione della maschera a produrre un effetto mascherante, quasi a suggerire che Silvio è tanto più mascherato quanto più esibisce, riconosce e confessa il suo mascheramento. È come se Servillo avesse adottato una strategia recitativa che corre su due binari paralleli: un mimetismo trattenuto e uno straniamento mitigato. Mimetismo trattenuto: Servillo imita Berlusconi, ma non con la smania degli imitatori alla Crozza o alla Noschese di aderire il più possibile al modello fino a confondersi in esso. Servillo vuole che Berlusconi si riconosca nella sua maschera, ma vuole anche che lo spettatore si ricordi che di maschera si tratta. In questo senso si può parlare anche di straniamento mitigato: dobbiamo conservare distanza critica, impedire all’empatia di entrare in azione, anche se poi in un paio di circostanze qualcosa di empatico inevitabilmente affiora: conosco più di uno spettatore che si è perfino commosso di fronte alla percezione della vecchiaia e della morte da parte del personaggio-Berlusconi. Ma non si fa!, dicono le anime belle. Quelli che sono convinti di aver capito tutto di Berlusconi (anche del Berlusconi che è in loro) perché per 20 anni ha offerto loro un nemico da odiare e che ora si trovano spiazzati perché il Berlusconi di Sorrentino non è un target per gli haters del web e della vita. Quelli che pontificano contro i film telefonati ma poi rifiutano Loro 1 e 2 proprio perché troppo poco ideologico, poco didascalico, poco giudicante, poco consolante. Ma qui sta la forza del film: non conferma le sicurezze di nessuno, ti lavora dentro, ti lascia addosso qualche brivido. Anche perché il Berlusconi di Toni Servillo è l’ultimo arrivato di una lunga compagnia di vecchi (Jep Gambardella, i due amici di Youth, la pop star in declino di This Must be the Place, l’anziano usuraio di L’,amico di famiglia…) che sono tutti presi, ciascuno a suo modo, nella morsa tra l’inautentico e il nulla.  Glielo dice chiaramente la ragazza ventenne che lui ha cercato di far ridere con la gag della matita sodomita. “Hai l’alito di un vecchio”, gli dice. E Silvio non è Jep Gambardella, che bramava l’odore delle case dei vecchi più di ogni altra cosa. Silvio osserva attonito e disarmato la vecchiaia che incalza, e non ha più gag o barzellette per allontanarla. Patetico? Forse. Triste, a volte. E sulla tristezza non si costruisce nulla. Così, nell’unica scena in cui getta la maschera – quella del dialogo tesissimo con la moglie, preludio al futuro divorzio – Silvio è sul tempo che insiste (“Perché sei rimasta con me tutto questo tempo?”), come se quella durata fosse l’unica garanzia contro il vuoto dell’eterno presente in cui ha incistato la sua vita. Ha ragione Lui? O ha ragione lei? Prendendo in prestito il titolo di un romanzo di Sorrentino verrebbe da dire che il dramma sta nel fatto che “hanno tutti ragione”. Anche se i titoli di Sorrentino, si sa, esprimono quasi sempre l’opposto di quello che sembra vogliano dire. Sono, in fondo, in maschera anche loro. Pardon: Loro.

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Marcello Mariella 2 mesi fa

Ho visto, ahimè, Loro1, e mi è bastato. Tipico esempio di trash movie. Mi rifiuto di soffrire ancora nel vedere il sequel. Sorrentino non è mai stato un regista che ha incontrato i miei favori. Ed oggi è nella lista di quelli dei quali non andrò mai più a vedere un film. Il mio tempo ha il suo valore!

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