“11 minuti” di Jerzy Skolimowski

di Gianni Canova

Una cacca di mosca. Non vediamo che questo, tra le infinite immagini che la società mediatica offre continuamente alla nostra attenzione: il puntino nero che sembra sporcare uno dei monitor sempre accesi che ormai illuminano e “arredano” il paesaggio della nostra vita. “11 minuti” di Jerzy Skolimowski ci porta a questa paradossale conclusione: e lo fa con un film denso, spiazzante e trascinante come raramente capita oggi. Cinema-cinema: in “11 minuti” non c’è la “realtà”. Non c’è il mondo. Non c’è la società. C’è il cinema. Con la sua capacitá di produrre mondi, di giocare con il tempo, di incastrare gli spazi, di far godere insieme gli occhi, la pancia, il cervello e il cuore. Un gruzzolo di personaggi in una grande città dei giorni nostri. Frammenti di vita. Schegge di ossessioni. Il tempo. L’azione raccontata dura 11 minuti, ma Skolimowski ha bisogno di quasi un’ora e mezza per raccontarla. Perché il racconto va avanti e indietro nel tempo, riprende ciò che sta accadendo dal punto di vista dei vari personaggi, ritorna sul già visto da un altro angolo visuale. Il ritmo è vorticoso, in apparenza le diverse storie sono slegate l’una dall’altra. Ma non è così: il destino è in agguato. È lì, all’erta. Pronto a ricondurre il caos sotto il suo ordine ferreo. Un ordine che si svela solo nel finale: inatteso, shoccante, definitivo.

Quando vedi come va a finire, quasi non credi ai tuoi occhi. E capisci che tutto ciò che sembrava casuale in realtà era fatale. Ma nel momento in cui vedi, Skolimowski moltiplica gli schermi su cui stavi vedendo, come in un infinito e vertiginoso split screen. Lo schermo si divide in tanti monitor. Piccoli, sempre più piccoli. Piccolissimi. Tanto piccoli da diventare indistinguibili. Solo un infinito brulichio di pixel. Un nevischio elettronico a tutto schermo. Hai visto tutto, e non vedi più nulla. Solo il puntino nero che sembrava una cacca di mosca e in realtà è un pixel morto. Non ci resta che questo. Il nulla, il vuoto. Il finale di “11 minuti” ha la potenza teorica e visiva del finale di “Zabriskie Point” di Antonioni: là il cinema allestiva il mondo e lo faceva esplodere sullo schermo, qui sono i monitor dei media che moltiplicano le visioni e le immagini del mondo ed è il cinema che li distrugge. Perché è grazie al cinema che abbiamo visto. I media ci lasciano soltanto l’illusione della cacca di mosca. Da Leone d’oro.

Tags

, , , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema